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Voci dall'aldilà |

25 gennaio, anno 2050.
Ron si accomodò sulla poltrona, accese la
video-parete che si trovava di fronte a lui. Dal Menù scelse gli
avvenimenti sportivi che avevano luogo in quella serata: 15^
Giornata del Campionato di Calcio Europeo; Torneo di Soft-air
dalla Cambogia. Ma sentiva il bisogno di distrarsi, per cui
spense la video-parete centrale ed accese quella laterale,
girandosi con la poltrona. Essa si suddivideva in due parti:
Videotelefono ed Internet. Optò per il collegamento Internet,
scegliendo il collegamento alla messaggeria vocale International.
Sullo schermo apparve l'Indice, Ron selezionò l'icona Voci
dall'aldilà. Era la sua messaggeria preferita, in quanto covava
la speranza di entrare, prima o poi, in contatto con il padre,
morto dieci anni prima. Sul video si formarono i numeri degli
anni in cui, le persone captate, erano morte: 1949, 1970, 2015.
Con voce ferma e chiara, inviò il suo messaggio
dicendo: «Ciao a tutti voi che siete in ascolto, mi chiamo Ron,
vivo nell'anno 2050, sono un Capitano dell'Esercito Ambientale,
ho 31 anni e abito a Treviso. Mi piacerebbe dialogare con voi.
Parlatemi della vostra morte e del periodo in cui siete
vissuti». Il passato era l'argomento su cui si potevano
interrogare le "voci". Da loro non veniva nessun
accenno a vicende successive alla loro morte, attuali o future,
quasi non ne fossero a conoscenza.
La prima voce che rispose, fu quella di una
donna: «Salve Ron, sono Valeria nata nel 1950 e morta nel
2015, a quell'epoca ero pensionata, abitavo a Ferrara, ero
rimasta vedova 16 anni prima, mio marito era morto di infarto.
Due anni dopo la morte del marito persi anche il figlio. Fu
vittima di quelle che all'epoca venivano chiamate le "stragi
del sabato sera". Era un'alba dell'estate 2001, con gli
amici stava ritornando da una discoteca di Rimini, dove aveva
trascorso la serata, quando ebbe luogo lo scontro con un'altra
auto, che costò la vita a lui e ad altri 4 ragazzi. Così rimasi
sola con il mio dolore. Da giovane ottenni la licenza media e poi
trovai impiego presso i magazzini Coin come commessa. Ero
appassionta di ballo ed ero un'ottima ballerina. Più tardi,
diventai un'accanita giocatrice di lotto. La mia morte fu causata
da un tumore al pancreas».
«Signor Capitano», disse un'altra voce
femminile «sono Marialuisa nata nel 1919 e morta nel 1949.
La mia frequenza scolastica si interruppe alla Terza elementare,
poi come tutti i miei fratelli e sorelle, cominciai a lavorare
nei campi. Abitavo a Mortara vicino a Pavia. All'età di 19 anni
mi sposai con Aldo ed ebbi tre figlie. Nella mia vita ho
conosciuto molta miseria e patito la fame. Ho dovuto sopportare
anche le pene della guerra, con il marito impegnato sul fronte in
Russia per tre anni. Poi a causa di una ferita fu fatto rientrare
in Italia. Ho trovato la morte, a 30 anni, durante il parto del
mio primo figlio maschio, che mio marito desiderava tanto.»
Poi fu la volta di una voce maschile. «Capitano
Ron, sono Mario nato nel 1925 e morto nel 1970. La mia morte fu
causata da un incidente sul lavoro. Caddi da un'impalcatura, alta
otto metri, situata in un cantiere edile presso cui lavoravo come
muratore. Nativo di Suzzara, all'età di 7 anni mi trasferii con
la famiglia a Cavriago, in provincia di Reggio Emilia. Frequentai
la scuola sino alla quinta elementare. Poi iniziai a lavorare
nell'agricoltura, come bracciante. Appartenni alla generazione
delle "toppe nel sedere" e dei
"mangiapolenta". Durante la guerra, fui un partigiano,
nella 143^ Brigata Garibaldi, il mio nome di battaglia era
"Lupetto". Dopo la guerra andai a lavorare a Milano in
una fabbrica di biciclette. Qui conobbi Carla, la mia futura
moglie. Ci sposammo nel 1948 e ci trasferimmo a S. Polo d'Enza,
dove trovai impiego nell'edilizia. Ebbi due figli, una femmina e
un maschio.»
Ron sentì lo quillo del telefono e nel video
sulla parete apparve l'immagine del suo amico Nick, pure lui
capitano nell'Esercito Ambientale: «Ron, Ron», disse tutto
eccitato «ti stò chiamando dalla piattaforma sommersa nel
Mediterraneo, ho appena finito di rilevare i dati, ci siamo
abbassati di altri trenta centimetri. Ron ci siamo! Finalmente
l'acqua del Mediterraneo è tornata ai suoi livelli. Ora potremo
cominciare la ristrutturazione di Venezia. Ti rendi conto Ron? Ce
l'abbiamo fatta!» Ron balzò in piedi esultando. Erano tre anni
che stavano lavorando per il recupero di Venezia. Dopo il brusco
aumento del livello del mare verificatosi negli anni precedenti,
Venezia era stata invasa dall'acqua, la popolazione evacuata e la
città perduta. «Grande Nick, che splendida notizia. Domani ti
raggiungo». «D'accordo Ron, ma non dimenticare di portare una
bottiglia di champagne. A domani» concluse Nick interrompendo la
comunicazione. Ron era felice, pensava a quegli anni trascorsi
con l'amico per la realizzazione di questo progetto. Ce l'avevano
fatta. Lui e Nick, amici fin dall'infanzia, sempre assieme,
sempre a battersi sullo stesso fronte». Per qualche istante
aveva dimenticato la messaggeria e i suoi collegati. Decise di
chiedere loro qualcosa sull'amicizia.
«Marialuisa, Valeria e Mario, parlatemi dell'amicizia. Cosa ha
rappresentato e come l'avete vissuta».
La prima risposta a giungere fu quella di
Marialuisa: «Oh si, l'amicizia era veramente una cosa
importante. Il paese era piccolo, ci conoscevamo tutti, ci
sentivamo uniti. La povertà e poi la guerra, ci univano nel
bisogno reciproco. Quand'ero ragazzina, ricordo che durante il
mese di maggio si celebrava il Rosario, vi partecipavano tutte le
donne e i ragazzi, era anche un'occasione per stare in compagnia.
Dopo la cerimonia, si stava assieme, si chiacchierava, si
rincorrevano le lucciole e si giocava in allegria. Nei mesi
invernali, invece, ci si riuniva nelle stalle. C'erano le donne
che eseguivano lavori di cucito, gli uomini giocavano a carte o
parlavano del raccolto. Gli anziani raccontavano episodi della
loro gioventù e noi ragazzi si ascoltava con curiosità e
stupore. Poi c'erano i momenti di festa e aggregazione, in
occasione di feste popolari, della trebbiatura del grano e le
sagre paesane. Si festeggiava con enormi tavolate a cui
partecipavano tutti, si cantava e si ballava».
«Le amicizie, una importanza fondamentale»,
disse Valeria «l'hanno avuto dopo la morte di mio marito e
successivamente di mio figlio. Avevo diverse amiche con cui ci si
incontrava per farci compagnia e giocare a carte. Assieme poi si
andava a giocare a "Tombola" e a fare qualche viaggio.
Sono state il mio unico conforto ai dispiaceri avuti. Poi ricordo
con nostalgia le amicizie della gioventù. I dischi dei Beatles,
il cinema in compagnia, le "festine" in casa di amici,
le serate nelle "balere", bei tempi! Dopo il
matrimonio, ricordo l'occasione del nostro primo viaggio
all'estero, effettuato in compagnia di amici. Ci eravamo recati
in vacanza alle Canarie, viaggiando per la prima volta in aereo.
Alla sera, passeggiando assieme, ci sentivamo tanto lontani da
casa, ma felici e uniti nelle nostre emozioni.»
«Anch'io ricordo», disse Mario «con
piacere le amicizie giovanili. Eravamo una "banda" di
ragazzi molto vivaci e discoli e ne combinavamo di tutti i
colori. Spesso i nostri giochi, il nostro girovagare fra piante
di frutti e prati coltivati e i nostri scherzi con le
"fionde" ad animali domestici, finivano col causare dei
guai, per cui venivamo regolarmente e duramente puniti a suon di
cinghiate o bastonate. Poi ricordo le amicizie nate fra
partigiani che sono durate per tutta la vita. E il rapporto,
quasi fraterno, con Giovanni, con il quale ho fatto una vita
quasi parallela, cominciando dalle scuole, poi durante la guerra
nei partigiani e per finire assieme a Milano in cerca di lavoro.
Ci siamo ritrovati una volta sposati, come vicini di casa.
Ricordo che in occasione della sua morte avvenuta nel '68, sentii
morire anche una parte di me.»
A Ron tornò in mente Nick e la sua notizia. Aveva voglia di dividere la sua gioia con qualcuno, pensò a Fanny la sua donna, ma poi accantonò l'idea con una smorfia. Rivolgendosi alle "voci", disse loro: «Parlatemi dell'amore per i vostri partners. In che circostanze è nato e come è cresciuto?»
«Ho amato Aldo», incominciò
Marialuisa «forse da sempre. Fin da giovinetta, quando mi
capitava di vederlo, sentivo un tremito al cuore. Quando verso
sera, con un carretto, portavo il latte appena munto al
caseificio, mi capitava di incontrarlo e rispondevo al suo saluto
con un sorriso e sentendomi arrossire in viso. La prima volta che
mi fece ballare, in occasione di una festa, mi senti emozionata e
confusa e quando poi mi chiese se volevo diventare la sua
fidanzata, mi sembrò di toccare il cielo con un dito. Ricordo
quando veniva a "morosa", si stava in casa, c'erano
anche mia madre e altri familiari. Mentre io ricamavo con
l'uncinetto, lui stava seduto vicino a me e si parlava. E quando
veniva l'ora di congedarsi, lo accompagnavo fuori e solo allora
potevamo abbracciarsi e scambiarci qualche bacio anche se per
pochi attimi. Dopo due anni ci siamo uniti in matrimonio ed io
sono andata ad abitare in casa sua, con i suoi genitori e i suoi
fratelli, di cui due già sposati. Le famiglie erano tutte molto
numerose e nemmeno a letto si era soli, in quanto si dormiva in
cameroni, divisi da armadi e tende in cui dormivano anche cognati
e cognate. Nonostante queste costrizioni la vita scorreva felice
e poi vennero anche i figli ad allietare la nostra unione.»
«Prima di conoscere Antonio», disse
Valeria «il mio futuro marito, avevo avuto altri due
ragazzi, ma furono "cotte" e durano poco. Lo conobbi al
matrimonio di una mia cugina. Simpatizzammo subito e poi ci
rivedemmo le domeniche seguenti. Finché mi chiese se volevo
diventare la sua "ragazza", così incominciammo a
frequentarci, vedendoci di nascosto soltanto la domenica, in
quanto lui abitava ad una trentina di chilometri di distanza.
Spesso si andava al cinema e nel buio della sala ci scambiavamo i
nostri baci e le nostre carezze. Io avevo messo al corrente mia
madre della mia relazione, ma lei non vedeva la cosa di buon
occhio, perché Antonio era meridionale. Mio padre quando venne a
conoscenza del fatto, si mostrò molto contrariato e per diverso
tempo mi impedì di uscire. Poi Antonio, decise di venire a
parlare con i miei genitori, per avere il consenso a
frequentarmi. Mio padre, seppure a malavoglia, acconsentì. Così
potemmo vederci più volte alla settimana e precisamente il
martedì, il giovedì e la domenica. Ero molto innamorata e stavo
bene con lui, nonostante la sua eccessiva gelosia. Dopo quattro
anni di fidanzamento ci sposammo e la sua gelosia si attenuò.
Dopo due anni nacque nostro figlio Filippo.»
«Io conobbi l'amore», disse Mario «durante
il periodo in cui mi trovavo a Milano per lavoro. Con il mio
amico Giovanni eravamo in pensione presso una simpatica
vecchietta, che accudiva anche al nostro vestiario. Spesso, alla
domenica, ci mettevamo "in ghingheri" e andavamo a
ballare al Circolo dei tranvieri. Fu lì che conobbi Carla, la
mia futura moglie. Era una bella ragazza di origine veneta, si
trovava a Milano pure lei per lavoro. Iniziammo a frequentarci.
Assieme facevamo lunghe passeggiate, mangiando caldarroste
d'inverno, gelati d'estate e parlando del nostro futuro. Col
passar del tempo maturai l'intenzione di sposarla. Prima però
volli assicurarmi su di lei. Così, con la mia bici da corsa, che
usavo per i miei spostamenti e per tornare ogni tanto al paese,
mi recai in Veneto, raggiungendo il suo paese d'origine. Lì
raccolsi tutte le informazioni desiderate sul suo conto e feci
conoscenza con i suoi genitori. All'inizio dell'anno successivo
ci sposammo e ci trasferimmo a S. Polo d'Enza, dove nel frattempo
avevo trovato lavoro come muratore. Nel '49 nacque Angela e nel
'51 Roberto, i nostri due figli.»
A Ron non sfuggì, che nei loro discorsi,
accennavano spesso ai figli. E il suo pensiero andò a Fanny, la
sua donna, che pochi giorni prima, gli aveva comunicato la sua
decisione di avere un figlio.«Ron, voglio avere un figlio», le
aveva detto «ma non assieme te. Perché un domani le nostre
strade potrebbero dividersi. Un figlio lo sento come una cosa
personale e non voglio dividerla con nessuno, nemmeno con te.
Inoltre, di mio figlio voglio poter scegliere anche le
caratteristiche, per cui ho deciso di concepirlo con
l'inseminazione artificiale pilotata». Lui era sempre stato
dell'idea che un figlio rappresentasse il naturale completamento
per una coppia, un forte sentimento di amore con una punta di
egoistico bisogno personale. Nella decisione di Fanny, invece,
vedeva prevalere l'ambizione e l'egoismo, per cui non ne
condivideva l'idea.
Con la testa immersa in questi pensieri, formulò la nuova
domanda: «Ditemi dei vostri figli e cosa hanno rappresentato per
voi?»
«In occasione della nascita della prima
figlia», rispose Marialuisa «ero ancora giovane ed
inesperta, il parto ebbe luogo addirittura nei campi, dove stavo
lavorando. Fui colta da dolori, mi si ruppero "le
acque" e aiutata dalle altre donne presenti, diedi alla luce
la mia bambina, all'ombra di una pianta. Le nascite delle altre
due figlie, invece, avvennero in casa, con l'aiuto della
levatrice. Le mie figlie hanno rappresentato la mia gioia e la
mia angoscia. Mi erano di aiuto nei tanti momenti difficili, in
quanto mi davano la forza per tirare avanti. Ma rappresentavano
anche sofferenza, perché le vedevo crescere senza poterle
seguire come avrei voluto. Il lavoro nei campi mi impegnava per
molte ore al giorno, mentre loro rimanevano a casa e ad accudirle
provvedeva la nonna paterna. Era un tormento vederle sempre
malvestite, affamate e non poter dare loro nemmeno il cibo
sufficiente. Il maschio, invece, ha dato un senso alla mia vita,
in quanto con la sua nascita ha reso significativa anche la mia
morte. Così come gli eroi, davano la vita per un ideale, per un
futuro migliore, anch'io ho dato un futuro a mio figlio tramite
la mia morte.»
«I figli sono la nostra proiezione verso il
futuro e l'ombra del nostro passato» disse Mario. «Essi
rappresentano il termometro dei cambiamenti del mondo in cui la
vita se da una parte sembra più agevole, rispetto al passato,
dall'altra appare più difficoltosa o almeno tale sembra agli
occhi dei genitori. Così come abbiamo la soddisfazione di
vederli crescere e maturare, abbiamo pure il timore che essi non
siano ancora pronti per affrontare le difficoltà. Io ho provato
queste sensazioni contrastanti con i miei figli. Vedevo Paola,
sempre affettuosa, riflessiva, volenterosa e con le idee chiare
sul suo avvenire. Intuivo che il vento dell'emancipazione
femminile che soffiava sulla società di allora, non si riduceva
per lei all'uso della minigonna, bensì nel ritagliarsi un futuro
migliore rispetto alla generazione della madre. Roberto, invece,
aveva un carattere più ribelle e fragile nello stesso tempo.
Frequentava la scuola con scarso profitto, tanto da essere spesso
rimandato e anche costretto a ripetere l'anno. Lo vedevo più
preso nell'ingranaggio degli usi, costumi e mode dell'epoca. Con
i suoi capelli lunghi, la barba, la chitarra, le canzoni di
protesta, i cortei, la contestazione giovanile e in testa
l'eterna illusione di cambiare il mondo.»
«Un figlio», disse Valeria «per
una donna è un qualcosa di veramente speciale. Io porto ancora
indelebili nella mia memoria, tutte le emozioni e le sensazioni
provate. Dalla gravidanza e le paure ad essa collegate, i primi
vagiti e le prime "poppate", il primo sorriso e i primi
bagnetti, i primi passi e le prime cadute, la prima volta che ha
pronunciato mam-ma e i primi "perché?", il primo
giorno di scuola e le prime volte che usciva da solo. Per poi
proseguire con i ricordi collegati alle varie fasi della sua
crescita. Mio figlio è appartenuto alla generazione degli
omogeneizzati, dei cartoni animati, dei videogames, dei film
horror. Si era brillantemente diplomato in ragioneria, aveva
trovato impiego in banca. Aveva successo con le ragazze e le
cambiava frequentemente e con molta leggerezza. Comprava jeans
"stracciati" a centomila lire, andava in vacanza a S.
Domingo, a Cuba e non aveva mai visto la Cappella Sistina. Per me
questo suo comportamento era fonte di preoccupazione e mi
sembrava un pedaggio da pagare alle esagerazioni della società
dei consumi che tanto elargisce da un lato e tanto toglie
dall'altro. Anche l'amore veniva macinato in "polpette"
di sesso.»
Ron mentre ascoltava guardava in alto. Era una sera limpida, dalla vetrata del soffitto si vedeva il cielo pieno di stelle. Quante cose erano cambiate dai periodi in cui avevano vissuto i suoi interlocutori. Ma il cielo no, il cielo era sempre lo stesso. Aveva sempre una sensazione di infinito e misterioso. Decise di parlarne con loro.«Marialuisa, Valeria e Mario», disse «vi è mai capitato, durante la vostra permanenza sulla terra, di scrutare il cielo, con gioia o con dolore, con fiducia o con timore, con delusione o con riconoscenza?».
«Durante la guerra», disse
Marialuisa «ricordo che spesso si scrutava il cielo con il
timore e la paura di sentire, da un momento all'altro, il rombo
di "Pippo", così si usava chiamare gli aerei che
solcavano i nostri cieli in quel periodo, seminando paura e
lanciando bombe. Spesso mi capitava di alzare gli occhi al cielo
di pregare Dio, affinché mettesse fine a quell'orribile guerra e
permettesse a mio marito, ai miei fratelli ed a tutti gli altri
soldati, di ritornare a casa sani e salvi. Quando poi mi
succedeva, di sentirmi sola, mi mancava terribilmente Aldo, mi
mancavano le sue carezze, i suoi baci. Per farmi forza, guardavo
il cielo, dicendomi che anche lui in quel momento forse stava
pensandomi. E sognavo di poterlo incontrare lassù in alto, su di
una stella, noi due soli, lontano dalla guerra e dalle sue
miserie. Il giorno in cui fece ritorno a casa, che sentimenti di
gioia e di amore provai. In quel periodo guardavo il cielo con
occhi di gratitudine, di ringraziamento, per la fortuna di
riavere Aldo vicino, di poterlo amare e farlo felice.»
«Io ricordo», era la voce di Valeria a
parlare «due occasioni in modo particolare. La prima da
bambina, in occasione della ricorrenza di Santa Lucia. Era una
sera che aveva un fascino particolare, in quanto i bambini
usavano mettere, vicino ad un finestra, una scarpa in cui
venivano recapitati regali. All'epoca avevo 6 anni ed ero
veramente convinta della sua esistenza. Quella sera faticavo a
prendere sonno, tanta era la trepidazione e la smania affinché
giungesse il mattino, per poter vedere i regali. Nel pieno della
notte udii dei rumori nei pressi della finestra. Trattenni il
fiato per non farmi sentire. Poi un calpestio di passi leggeri e
qualcosa, come una porta o una persiana, che si rinchiudeva.
Accesi la luce e vidi che sopra alla scarpetta vi era un enorme
pacco. Corsi verso la finestra, la spalancai di colpo, con la
speranza di poter veder Santa Lucia, mentre volava via. Nel cielo
risplendevano la luna e le stelle, ma non vi era nessuna traccia
della santa. Guardando in alto vidi infrangersi un sogno e capii
che il regalo ed i rumori che avevo sentito erano opera di mia
madre introdottasi di nascosto nella mia camera. L'altra volta in
cui ricordo di aver guardato il cielo con occhi particolari, fu
in occasione del mio primo rapporto sessuale con Antonio. Era da
diverso tempo che lui cercava di unirsi completamente a me, ma io
avevo sempre opposto resistenza per diversi motivi. Innazitutto
perché era abbastanza radicato negli uomini il pensiero che una
ragazza che cedeva alle tentazioni era una poco di buono e
qualora fosse abbandonata dopo aver avuto rapporti, vedeva
compromessa la propria reputazione, per cui volevo esser ben
sicura delle sue intenzioni. Anche se non era facile resistere,
per più di un anno fui risoluta. Poi via via mi convinsi dei
buoni sentimenti di Antonio e mi decisi a compiere il grande
passo. Il tutto si svolse con molta dolcezza e per me fu
bellissimo. Quella sera il cielo lo sentivo complice della mia
felicità e del mio sentirmi "donna". La donna del
"mio" Antonio.»
«Era un inverno gelido», disse Mario «noi
partigiani eravamo rifugiati in montagna e quella notte per la
prima volta facevo il turno di guardia all'accampamento, in
precedenza avevo svolto prevalentemente lavori di staffetta. La
luna piena illuminava lo splendido scenario della montagna
ricoperta di neve, il freddo era pungente, i piedi gelati, le
mani quasi paralizzate e perfino le ciglia mi si gelavano. Ogni
tanto il mio sguardo, andava compiaciuto, verso il cielo. Mi
sentivo importante, mi sentivo un uomo che si batteva per una
giusta causa. Un'altra occasione in cui guardai a lungo il cielo,
fu la sera in cui nacque mio figlio. Carla, cominciava ad avere
le "doglie". Di corsa con la moto, mi precipitai al
paese vicino per chiamare la levatrice e condurla da mia moglie.
Durante il parto, io camminavo nervosamente, avanti indietro nel
cortile, fumando sigarette. Diverse volte mi fermai a scrutare il
cielo, cercando da esso come una risposta e una conferma,
affinché tutto andasse per il meglio ed il nascituro fosse
maschio. Ed il cielo esaudì i miei desideri.»
Ron pensò che anche questa volta, pur non avendo avuto l'opportunità di parlare con il padre e nemmeno con qualche personaggio illustre del passato, il suo "contatto" era stato positivo, in quanto i racconti dei suoi interlocutori, erano degli spaccati di vita di altri tempi. Così lontani, eppure così vivi e autentici, nella loro semplice e delicata malinconia. Sentì verso di loro gratitudine e tenerezza. Decise di accomiatarsi dicendo: «Vi sono molto grato per la vostra disponibilità. Per me è ora di andare a dormire. Vi ringrazio di tutto cuore, con la speranza di avere ancora occasione di risentirvi. Arrivederci».