UN TUFFO NEL PASSATO
| Silvia
procedeva ad una velocità moderata, perché la pioggia e
il fondo stradale bagnato, erano un invito alla prudenza.
Qualche auto, incurante del maltempo, sorpassava veloce
lasciandosi dietro una lunga scia di spruzzi. Non le piaceva viaggiare in autostrada in quelle condizioni, ma doveva recarsi a Parma per presenziare all'allestimento dello Stand, che la ditta Arte Veneta a cui Silvia forniva consulenze avrebbe presentato all'imminente Fiera del Modernariato. Aveva accettato questo impegno controvoglia, ma non si era potuta esimere, in virtù dell'amicizia che la legava a Ramona, titolare della ditta. Mancavano poco più di dieci minuti all'uscita di Parma, quando improvvisamente il motore della sua auto incominciò a perdere potenza, poi si fermò |
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| definitivamente,
sulla corsia di emergenza, in cui Silvia si era nel
frattempo portata. Silvia pensò che avrebbe fatto volentieri a meno di questo contrattempo, poi riflettè che l'unica cosa da farsi era quella di chiamare il Soccorso stradale ACI. «Fra venti minuti saremo sul posto» le avevano assicurato al telefono, però i minuti trascorsi erano già trenta e ancora non si vedeva nessuno. Incominciava a spazientirsi, quando dallo specchietto retrovisore intravide un lampeggiante. Era il carroattrezzi, che andò ad arrestarsi davanti alla sua auto. Ne discese un giovane che si avvicinò all'auto. Le disse: «Buongiorno signora, cosa è successo?» Silvia lo mise al corrente dell'accaduto. Il giovane aprì il cofano dell'auto, diede una rapida occhiata e scuotendo la testa si rivolse a Silvia dicendole: «Signora è un guaio, dovremo portare l'auto in officina per la riparazione. Lei dov'era diretta?» «A Parma, ormai ero quasi giunta.» «Signora poteva andarle peggio. La nostra officina si trova proprio a Parma, il tempo per la riparazione si aggira sull'ora e mezza. Veda lei se attendere o prendere un taxi.» «Ho abbastanza premura» rispose Silvia. «Credo che mi servirò di un taxi. Però vorrei sapere se l'auto, una volta riparata, mi può essere recapitata all'Ente Fiere, dove sono impegnata.» «Signora, di questo dovrebbe parlarne con il 'capo'. Venga in città assieme a me e una volta in officina, sistemiamo le cose in modo che lei possa recarsi al più presto all'Ente Fiere.» Silvia acconsentì e dopo che la sua auto fu caricata sul carroattrezzi, prese posto sul sedile, si recò in officina con il giovane. Questo appena giunto, si recò di corsa a chiamare il suo 'capo'. «Buongiorno signora, in cosa posso esserle utile» disse quest'ultimo. «Ecco, io volevo sapere» rispose Silvia, «se l'auto...», si interruppe impallidendo, «ma... scusi... ma... tu... sei Federico?!?!» «Silvia!» esclamò lui. «È incredibile...» le loro voci si accavallarono. Restarono per un attimo stupiti ad osservarsi. Poi lui la abbracciò e la baciò sulla guancia. «Vieni» le disse «andiamo in ufficio.» L'ufficio, era una costruzione in ferro, con un'ampia vetrata, situata all'interno dell'officina stessa. Entrarono e rimasero per lunghi istanti in silenzio a guardarsi, stupiti e increduli. «È un tuffo nel passato e tu sei ancora bella come allora» disse Federico. «Oh, mi sembra davvero di essere tornata indietro nel tempo» rispose Silvia. Così dopo tanto tempo, le loro strade erano tornate ad incrociarsi. Quanto tempo era passato d'allora, vent'anni o forse più? |
*
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Era una
calda serata dell'agosto del 1975, quando s'incontrarono
per la prima volta, a San Vito di Cadore, una localita
montana poco distante da Cortina D'Ampezzo. Silvia era in vacanza, assieme alle amiche Monica e Ramona, si trovava nel bar all'aperto dell'Hotel Nevada, stava gustandosi un gelato, quando dal tavolo all'angolo, in cui avevano preso posto tre ragazzi, vide uno di questi alzarsi e dirigersi verso il loro tavolo. «Ciao ragazze...», disse il giovane con fare scherzoso «siamo tre amici, giunti questa mattina per una vacanza, e già soffriamo di solitudine. Visto che pure voi siete sole, che ne direste di unire le nostre solitudini?» «Ma noi non soffriamo di solitudine!» rispose una delle ragazze fingendo indignazione. |
| «Be'
scherzi a parte» replicò il ragazzo ridendo. «Non
occorre un genio per capire che pure voi siete qui in
vacanza. Noi ci fermeremo per quindici giorni. In un
paese così piccolo è probabile ci si veda spesso, per
cui si potrebbe fare amicizia.» Questa volta il tentativo di abbordaggio ebbe successo, così i ragazzi si unirono a loro. Trascorsero la serata assieme ridendo e scherzando. Il giorno seguente si videro di nuovo e ben presto, pur non essendo alloggiati nello stesso albergo, finirono per fare vita in comune, compiendo escursioni e trascorrendo serate in discoteca oppure suonando la chitarra e cantando. Tra Federico e Silvia, l'amicizia si tramutò in qualcosa di più, dalla sera in cui, ballando assieme, lui rubò vibrazioni di lei. Col passar dei giorni apparve evidente, che non si trattava di un semplice flirt. Le loro, sempre più frequenti scuse, per allontanarsi dagli amici, fecero comprendere a tutti che stava nascendo un amore. Sulla Marmolada, sulle Tre cime di Lavaredo, sulle Tofane, sul Falzarego, sul Pordoi, in tutti i posti ove si recavano, incidevano i loro nomi. Facevano lunghe passeggiate in riva al lago di S. Vito. Trascorrevano serate a Pocol, godendo dell'incantevole vista notturna di Cortina. Passavano le notti una nelle braccia dell'altro. Fu amore vero, dolce, travolgente e passionale, quello che unì i due ragazzi per tutto il periodo del soggiorno. Tanto che alla fine della vacanza, la tristezza data dall'imminente fine della loro relazione, li trovò disperati e piangenti a scambiarsi giuramenti di amore eterno e a prendere accordi per continuare a vedersi. Silvia risiedeva a Padova, Federico a Langhirano, un paese ai piedi delle colline parmensi. La distanza era notevole, ma mantennero le loro promesse. Durante la settimana si telefonavano, si scrivevano lettere d'amore e alla domenica, Federico correva in auto da lei. Durante quella giornata tornavano a vivere. In un giorno, riuscivano a trasmettersi i pensieri e le emozioni della settimana trascorsa lontani l'uno dall'altra. La loro domenica era inebriante, struggente e terribilmente breve. Il tempo trascorreva veloce, troppo veloce. Ma il tempo aveva riservato per loro un altro ostacolo, che finì poi col rivelarsi insormontabile. I genitori di Silvia - avvocato penalista il padre, dottoressa in chimica la madre - non erano per niente entusiasti della relazione della figlia, iscritta al primo anno di Architettura, con il giovane operaio meccanico. E presero, con sempre maggior decisione, a fare opera di dissuasione nei confronti della ragazza. Erano sicuri, oltre che desiderosi, di un avvenire più consono per la loro unica figliola. E niente valse a far loro cambiare opinione, nemmeno la buona impressione lasciata da Federico, quando ebbero modo di conoscerlo. E se all'inizio l'ostracismo dei genitori di Silvia, sembrò unire ancor più i due giovani, successivamente finì col diventare un peso enorme da portare. Certe frasi sulle... 'difficoltà della vita', dette dal padre di lei, in tono confidenziale a Federico, incominciavano a pesare come macigni. Le proibizioni opposte dai genitori di Silvia, diventavano sempre più difficili da eludere e combattere. Sempre più frequentemente, lei passava le sere chiusa nella sua camera, a piangere. I pazzeschi viaggi di ritorno da Padova, con la nebbia e con le lacrime agli occhi, per Federico si moltiplicavano. Subentrò anche, qualche piccola incomprensione, ingigantita dalle difficoltà e dalla distanza. Probabilmente non erano ancora abbastanza maturi per difendere il loro giovane amore e così finirono per lasciarsi. |
*
Federico e Silvia,
si guardavano e sembravano mentalmente rivivere, le emozioni, le
ansie, le sofferenze e i rimpianti del passato.
Fu Federico il primo a ritornare alla realtà. Le accarezzò
delicatamente una mano e le chiese: «E dopo? Silvia, cosa
successe dopo?»
«Dopo...», la voce di Silvia era rotta dall'emozione «piansi
tanto e soffrii molto, sprofondai in un abisso, da cui riuscì a
risalire soltanto alcuni anni più tardi. E lentamente
ricominciai a vivere». Si interruppe un attimo chinando il capo.
Quando riprese a parlare i suoi occhi erano velati. «Ora sono
laureata in architettura, ho una famiglia, un marito e un figlio
di dieci anni, si chiama Federico come te.»
Federico si accese una sigaretta e prese a parlare. «Anch'io, in
quel periodo, convissi a lungo con il dolore e con la rabbia in
corpo. Rabbia nei confronti del mondo intero. Commisi anche degli
errori, finché il dolore non mi diede tregua. Successivamente
conobbi una ragazza che mi aiutò a dimenticare il passato. Lei
è diventata mia moglie, mi ha dato due figli, Silvio e Mauro.»
Inspirò una boccata di fumo, soffiandola verso il soffitto e
seguendola con lo sguardo, riprese: «Federica, sei impegnata per
molto tempo all'Ente Fiere?»
«Mi fermo per un paio di giorni» rispose lei.
«Mi farebbe molto piacere poter passare un po' di tempo con te.
Perchè non andiamo a cena assieme questa sera?»
Silvia esitò un po' e poi rispose: «Volentieri, Federico. Ne
sarei felice».
*
| «Silvia!
Silvia!» la voce insistente la costrinse a voltarsi,
distogliendola dai suoi pensieri. «Vieni Silvia, andiamo è ora di rientrare», le disse l'infermiera mettendole una mano sulla spalla. A primavera inoltrata, il giardino era verde e ben curato, le aiuole fiorite e nell'aria si sentiva un fragrante profumo di magnolia. I pazienti della Clinica di igiene mentale, in quel momento, si trovavano quasi tutti all'aperto. Alcuni stavano seduti sulle panchine, altri passeggiavano, con passo incerto, fra i vialetti. Gli infermieri cercavano di richiamare la loro attenzione per farli rientrare. Poco alla volta rientrarono tutti e andarono a prendere posto nel refettorio, dove sarebbe stata servita loro la cena. Silvia, seduta al suo tavolo, guardava fuori dalla finestra, con aria pensierosa. È mai possibile - si diceva - che Patrizia, l'infermiera, pur essendo così gentile con lei, la distogliesse sempre quando si trovava con Federico? Anche lei, così come i suoi genitori, non vedeva di buon occhio la sua unione con Federico? Tutti contro, avevano tutti contro! Ma niente e nessuno li avrebbe divisi. Queste cose succedevano nel Medioevo! Lei e Federico si amavano. Che male facevano? Avevano il diritto di amarsi, come tutti gli innamorati! Domani si sarebbe incontrata ancora con Federico. Lui non l'avrebbe mai abbandonata e avrebbe, sicuramente, fatto il possibile per vederla, nonostante i suoi molti impegni. |
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| Federico
lavorava sodo e risparmiava soldi, perché ne servivano
tanti per portare a termine il loro progetto. Ormai era
questione di poco tempo. Si era già informato su tutto.
Era in contatto con i signori Brezolin, i proprietari
dell'Albergo Nevada di S. Vito di Cadore. I quali ormai
anziani e stanchi, avevano deciso di mettere in vendita
l'albergo, anche perché i figli avevano intrapreso altre
strade. Con l'anno nuovo si sarebbero ritirati. Federico
aveva già concordato il prezzo di acquisto e doveva solo
accumulare la cifra necessaria per poter accedere al
mutuo della Banca. Con il nuovo anno, lei e Federico sarebbero stati i nuovi proprietari dell'albergo e sarebbero tornati nel luogo dove si erano conosciuti e innamorati. Il lavoro che l'attendeva non la spaventava. L'importante era poter finalmente vivere assieme a lui. Formare una famiglia con lui. Avere dei figli con lui. Il primo figlio sarebbe stato sicuramente una femmina ed avrebbe avuto gli stessi occhi di Federico, Silvia ne era sicura. Oh quanto desiderava diventare mamma. Quanto desiderava stringere al petto una piccola creatura. Quanti giorni mancavano ancora alla fine dell'anno? Perché nessuno glielo sapeva dire? Forse anche gli altri erano al corrente del loro progetto e cercavano in qualche modo di ostacolarli? All'indomani ne avrebbe parlato con Federico. |